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Aborto al sicuro, ecco la legge di iniziativa popolare per applicare davvero la 194

Bonvicini e Usuelli, a quarant’anni dall’istituzione della legge 194, ancora molte donne non riescono ad accedere ai servizi che dovrebbero consentire loro un aborto sicuro e gratuito. Perché?
Bonvicini: Succede perché, malgrado l’obiezione di coscienza sia prevista per legge, il problema è l’obiezione di struttura, cioè il fatto che, perlomeno in Lombardia, ci sono presidi ospedalieri (Gallarate, Iseo, Oglio Po, Sondalo e Chiavenna, ndr) che hanno il 100% di medici obiettori. Il problema di dover chiamare un medico non obiettore dall’esterno e il rimpallo tra le strutture ospedaliere provoca un allungamento dei tempi, per cui c’è un discrimine oggettivo. Se passa troppo tempo tra la scelta della donna di abortire e il momento dell’interruzione della gravidanza, infatti, non è più possibile abortire se non tramite intervento chirurgico, che è più costoso e anche più impattante sulla psicologia della donna. In termini medici ci sono 49 giorni di tempo per usare la pillola abortiva, ma in Lombardia solo l’8,2% degli aborti è attuato con metodo farmacologico. A livello nazionale è il 18,6%: questo significa che oltre l’80% degli aborti è applicato con metodo chirurgico, e questo è frutto unicamente di un sistema di ritardi.

Usuelli: La 194 in Lombardia è applicata ma è un percorso a ostacoli. Al di là del numero di operatori coinvolti e delle sale che vengono occupate per l’operazione chirurgica, un altro problema è tutta la dimensione delle strutture private convenzionate che, pur occupandosi di cura materno-infantile, lo fanno a partire da un punto di vista religioso, violando il cosiddetto continuum of care. Il problema è che gli ospedali della Lombardia che sono obiettori al 100% spesso non lo sono per caso. Nel caso la struttura abbia scelto di assumere solo medici obiettori, infatti, il gettonista (un medico che viene pagato a gettone per garantire un servizio che è impossibile che quella struttura garantisca, ndr), non viene neppure chiamato. Questa anomalia è una delle eredità formigoniane. Noi crediamo sia giusto dare le convenzioni a coloro che si occupano a 360 gradi di quell’aspetto di salute, non in base all’aspetto economico o ideologico: non sei dal fruttivendolo, dove decidi questo sì e questo no.

In Italia però abbiamo ancora un 70% di medici obiettori di coscienza: perché ce ne sono ancora così tanti?
Usuelli: Certamente ci sono implicazioni morali; visto che la legge le prevede, per noi sono accettabili. Esistono però una serie di altri fattori che pesano molto e che dovrebbero essere rimossi. Ad esempio, siccome i medici non obiettori sono molto pochi, questi sono obbligati a dedicare molto del loro tempo alla chirurgia abortiva, che di per sé è un intervento abbastanza banale, poco avvincente e anche poco utile agli avanzamenti di carriera. Soprattutto se lo devi fare cinque giorni su sei perché sei da solo. A Roma la ginecologa Mirella Parachini del San Camillo è riuscita a ottenere che per il suo ospedale si facesse un concorso pubblico solamente per ginecologi non obiettori: in questa maniera si è rimpolpato il pool dei non obiettori e così tutti riuscivano a fare tutto, non solo gli aborti. Tutti i ginecologi devono essere bravi e competenti, ma non tutti devono per forza avere un senso civile così alto da fare solo quello. Un’azienda ospedaliera deve poter gestire questa problematica e si devono creare le condizioni per cui l’aborto sia una delle tante attività di reparto.

Che cosa proponete con il vostro disegno di legge?
Usuelli: La 194 non la modifichiamo, noi cerchiamo di regolamentare alcuni aspetti pratici: operare una migliore informazione e organizzazione degli appuntamenti sul territorio, la riqualificazione dei consultori familiari, l’istituzione di canali preferenziali nella gestione dei casi urgenti, l’eliminazione dell’obbligo di ricovero e l’istituzione della possibilità di day hospital (per l’aborto farmacologico finora è stato previsto un ricovero di tre giorni, per via della somministrazione, a distanza di due giorni dal Mifepristone, delle prostaglandine che facilitano l’espulsione del materiale abortivo, ndr), più l’aspetto della diagnosi prenatale e la regolamentazione del mondo della procreazione assistita, soprattutto tra i privati convenzionati. Le diagnosi prenatale si fanno in situazioni di rischio, ad esempio in caso di età avanzata della mamma che rischia malformazioni fetali: quando effettivamente c’è un problema e la donna decide di abortire, loro ti abbandonano. Noi chiediamo che chi fa procreazione assistita e diagnosi prenatale debba garantire continuità terapeutica. Se si è obiettori, bisogna quantomeno farsi carico dello step successivo, prendendo appuntamento presso una struttura dove c’è questa possibilità.

Bonvicini: Negli ultimi 15 anni c’è stato in Lombardia un raddoppio dei consultori privati, che sono perlopiù cattolici, e quindi reticenti a darti il certificato che ti consente di accedere alla prestazione. In Lombardia si è passati dal 2005 da 44 enti privati a 100 nel 2018, mentre nel 2005 erano 178 quelli pubblici, oggi ridotti a 141. La parte più all’avanguardia della nostra legge è che facendo leva sul servizio sanitario nella conversione di una parte di aborti chirurgici (costo 1200 euro a carico del SSN, ndr) in farmacologici (costo 300 euro, ndr) tramite efficientamento, si potrebbe creare un centro regionale di prenotazione che riuscirebbe a smistare meglio soprattutto i casi di urgenza.

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