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Ho donato i miei ovuli per 1.000 euro e ora ti spiego perché

14/06/2019

«Per me l’ ovodonazione, cioè donare ovuli a una donna che altrimenti non riuscirebbe ad avere un figlio, è la cosa più naturale che ci sia: come donare il sangue», rivela Linda, 23 anni. Le sue non sono solo parole: lo ha fatto, appena due mesi fa.

Ovviamente Linda non è il vero nome. La sua identità deve restare segreta perché in Spagna, come in Italia, questa pratica è anonima per legge.

La incontro in una saletta della sede di Barcellona della clinica IVI, che sta per Istituto Valenciano per l’Infertilità, gruppo specializzato in procreazione assistita presente con 65 centri in 11 Paesi tra cui l’Italia (la clinica è a Roma, diretta dalla dottoressa Daniela Galliano) e la più grande banca di ovociti al mondo. Linda è una bella ragazza, alta, il fisico atletico, i capelli castani e gli occhi vivaci.

Ha con sé uno zaino dal quale estrae una borraccia, oggetto simbolo di tanti giovani come lei, che hanno a cuore l’ambiente. «Vengo da un piccolo paese catalano dove ancora vive la mia famiglia, ma da qualche tempo abito a Barcellona, condivido un appartamento con un’amica.

Sono venuta a stare in città per studiare infermieristica. Ora sto facendo tirocinio in ospedale», racconta dopo aver bevuto un sorso d’acqua.

Ci troviamo nel settore della clinica dedicato alle ovodonatrici, sempre troppo poche rispetto alla richiesta. Solo a Barcellona, ogni settimana, in media 40 pazienti necessitano di ovociti, mentre le donatrici non sono mai più di 20-30.

Inoltre, la loro selezione è molto severa: alla fine dello screening solo il 23-25% delle candidate viene poi effettivamente scelta. Per reclutare giovani donne in età fertile, cioè dai 18 ai 35 anni non ancora compiuti (dopodiché si è visto che la fertilità ha una caduta impressionante), il gruppo IVI ha lanciato un sito web dedicato, Ividona.

es, e ha avviato una campagna social con hashtag come #EntreNosotros e #DonaOvulos. Linda, però, è venuto a saperlo grazie al passaparola.

«A parlarmi di questa possibilità è stata una collega», spiega. «Stavamo assistendo una paziente lesbica e così ci siamo messe a parlare con lei delle varie difficoltà che le coppie omosessuali incontrano in molti Paesi, e tra queste al primo posto c’era quella di cercare di avere un figlio.

È stato allora che la mia collega ha rivelato di avere fatto una ovodonazione». In Spagna, infatti, le coppie omosessuali e le donne single possono accedere alla procreazione medicalmente assistita, al contrario dell’Italia dove è invece vietata.

Inoltre, nel nostro Paese la donazione dell’embrione, l’ovulo fecondato, è vietata, mentre sempre in Spagna è una pratica legale. Ecco perché tante italiane ricorrono al cosiddetto “turismo della fertilità”.

Linda racconta di aver deciso di seguire l’esempio della collega per senso di responsabilità. «Io amo la scienza e tutto quello che ha fatto per la salute delle donne, a iniziare dal vaccino contro il Papilloma virus.

I suoi progressi mi appassionano. Se oggi è in grado di aiutare chi ha difficoltà a mettere al mondo un figlio, sono fiera di poter dare il mio contributo.

Così come ho sempre donato il sangue, ho deciso di dare anche i miei ovuli», ribadisce. La sua generosità, del resto, è ampiamente condivisa: la Spagna è il paese europeo numero uno in donazioni di sangue, midollo e organi.

La legge spagnola, però, prevede anche una forma di rimborso economico. «La nostra legislazione è progressista, in linea con le direttive europee, e protegge le donne su vari aspetti», spiega la dottoressa Evelin Lara, responsabile del Dipartimento ovodonazioni IVI di Barcellona.

«Negli Usa le donatrici ricevono anche 20mila dollari, qui invece non sono retribuite, ma ottengono una compensazione di circa 1.000 euro».

In Italia, dove l’eterologa è ammessa dal 2014, invece, l’ovodonazione resta del tutto gratuita, e questo spiega perché non ci siano volontarie. Viceversa, se stai vivendo in Spagna per motivi di studio o di lavoro, puoi donare i tuoi ovuli usufruendo del trattamento compensativo.

Una volta presa la sua decisione, Linda ne ha parlato tranquillamente con i genitori e gli amici. Non tutti, però, l’hanno presa bene.

«Mia madre non era affatto convinta. Ha iniziato a replicare che con tutti gli accertamenti ed esami che avrei dovuto fare avrei perso un sacco di tempo.

Mi spingeva a rimandare. Aveva soprattutto paura che fosse un’operazione invasiva.

Anche il mio ragazzo e le amiche del paese erano preoccupati: erano tutti convinti che era una cosa terribile e che sarei stata male. Non mi ero mai resa conto fino a che punto le persone siano poco informate.

È davvero incredibile. Ovviamente non ho cambiato idea.

Sono stati loro, alla fine, a darmi ragione».

In realtà, Linda rivela di non aver sofferto alcun tipo di malessere.

Solo l’impegno di seguire un percorso che è durato un paio di mesi. «La prima volta che sono venuta qui mi è stato solo spiegato come sarebbe avvenuto il processo, quindi sono tornata per sottopormi a un’intervista.

La terza volta mi hanno fatto un test genetico e uno screening medico e la settimana seguente una ecografia. A quel punto, ho iniziato il trattamento medico per la stimolazione ovarica necessaria per produrre ovociti in quantità e qualità ottimali per la donazione.

Si tratta di iniezioni che ti fai da sola, simili a quelle d’insulina. Ogni due giorni tornavo al centro per il monitoraggio».

Di solito, questa fase preparatoria dura 12 giorni. «Ma a me ne sono bastati 8», sottolinea Linda con soddisfazione.

«Quando i medici vedono che sei quasi pronta, ti somministrano un’ultima puntura, di modo che gli ovuli maturino. Così è stato e il giorno seguente ho fatto il pick-up, cioè l’estrazione, in sedazione generale.

Mi sono fatta accompagnare dalla mia coinquilina. Il tutto sarà durato quindici minuti.

E due ore dopo sono tornata a casa tranquillamente. Come unica conseguenza dopo il prelievo ho avuto un ciclo molto abbondante, ma non mi sono per niente preoccupata perché mi avevano avvertita».

In jeans, T-shirt e sneakers, Linda sembra ancora più giovane dei suoi 23 anni. Un’età che garantisce una fertilità in pieno boom, un patrimonio ambito.

E infatti, grazie alla fecondazione assistita la donazione ha dato i suoi frutti, e probabilmente saranno italiani. Lei, però, non ne saprà mai nulla, perché l’anonimato funziona in entrambi i sensi.

«Il bambino che nascerà non sarà mio, io ho solo dato delle cellule. Punto.

L’idea di avere figli miei per il mondo non mi sfiora nemmeno. Sono di chi li tiene in pancia per 9 mesi», dice.

Alla visita di controllo prevista alla fine del primo ciclo mestruale dopo il prelievo, Linda ha potuto avere anche i risultati dei propri test genetici: quelli standard previsti da IVI per le donatrici sono estremamente ampli e includono ben 6.000 malattie.

«All’inizio avevo un po’ di paura, non vorresti mai scoprire qualcosa di brutto, che potrebbe condizionare il tuo futuro. Ma la ginecologa mi ha convinto.

In realtà sono dati preziosi: mi serviranno per quando avrò figli miei, che saranno almeno tre», sottolinea la ragazza. La legge spagnola stabilisce che una donna possa sottoporsi a stimolazione ovarica per non più di sei volte nel corso della propria vita, e in questo numero sono incluse anche le proprie gravidanze.

Diverse donatrici hanno già figli loro. E alcune, in passato, sono ricorse all’interruzione volontaria della gravidanza.

Diana Guerra, psicologa della clinica IVI di Barcellona, spiega che in certi casi donare è terapeutico. «L’ovodonazione può aiutare a guarire dal senso di colpa e di perdita indotto da un aborto volontario.

È un gesto generoso che aiuta a fare pace con se stesse», sottolinea.

È arrivato il momento di salutarci.

Resta un’ultima curiosità. Come avrà speso Linda i 1.

000 euro ricevuti come compensazione? «Mi sono pagata parte di un master», risponde con un sorriso. Molte si comprano lo smartphone ultimo modello, altre si finanziano un viaggio, lei ha scelto la propria formazione.

Nella foto d’apertura, uno scorcio della banca degli ovuli della clinica IVI a Valencia, la più grande del mondo; una volta fecondati, gli embrioni vengono conservati in una speciale incubatrice messa a punto dai tecnici IVI, l’embrioscope, che li mantiene alla temperatura e con il pH ottimali monitorandoli e fotografandoli 24H fino al momento ideale per l’impianto.

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