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“La metà del cielo. Breve storia, alternativa, delle donne”: ANTEPRIMA della nuova edizione

Pubblichiamo di seguito un estratto del libro di Francesco Agnoli e Maria Cristina Del Poggetto, La metà del cielo. Breve storia, alternativa, delle donne (edizioni La Vela).

Lo abbiamo presentato al momento dell’uscita con un’anteprima inedita. Proponiamo ora l’anteprima alla nuova edizione approfondita, riportando parte del capitolo intitolato Aborto e infanticidio.

 

Le donne beneficiano dell’avvento della nuova religione cristiana non solo da adulte maritate, ma anche da piccole. È noto, infatti, che i primi cristiani combattono contro aborto e infanticidio, largamente praticati nel mondo antico.

Bisogna ricordare che l’aborto rappresenta un enorme problema per le donne: spose ancora in tenera età, magari a 11-12 anni, rimangono incinte innumerevoli volte, con grandissimi rischi per la loro stessa vita. Al gran numero di concepimenti si tenta di porre “rimedio”, talora per scelta delle donne stesse, altre volte per imposizione dei mariti o delle consuetudini del tempo, ricorrendo all’aborto: il quale, però, non di rado uccide, oltre ai bambini, la stessa madre.

 Per ottenerlo, infatti, si ricorre a strani decotti, magie, veleni e droghe, ferri, fasce comprimenti, bagni caldi e freddi ripetuti, spostamento di pesi, persino gesti brutali e violente percosse.

La storica di Roma antica, Aline Rousselle, ricorda che «gli aborti potevano essere mortali» e che il rischio è altissimo anche nel caso di ricorso a contraccettivi o afrodisiaci: sempre di «purganti e violenti emetici» e di pozioni talora venefiche si tratta… La morte delle donne sopravviene a queste azioni per mille motivi, in particolare, come ricorda il ginecologo Carlo Flamigni, in un’epoca in cui non esistono gli antibiotici per le infezioni puerperali, «già frequenti dopo i parti, quasi la norma dopo aborto procurato».

Inoltre molto spesso, fino ai tempi più recenti, «operavano mammane che confidavano nelle proprietà abortigene di droghe che spesso facevano abortire perché facevano morire». Un po’ quello che ancora oggi avviene in tante zone dell’Asia e dell’Africa.

«Quelle che abortiscono», scrive il medico greco Ippocrate, secoli prima di Cristo, «corrono maggior pericolo; gli aborti, invero, sono più pericolosi dei parti».

Lo storico Rodney Stark annota:

«Una soluzione comune era quella di ingerire veleno in quantità leggermente minore della dose fatale, nel tentativo di provocare l’aborto.

Ovviamente, i veleni sono imprevedibili, e i livelli di tolleranza variano molto, per cui in molti casi morivano sia la madre sia il feto. Sfortunatamente, in molti casi la donna non riusciva a espellere il feto morto, il quale, se non veniva immediatamente rimosso meccanicamente, faceva morire la madre.

Anche i metodi di rimozione erano estremamente pericolosi, perché richiedevano abilità chirurgiche e una buona dose di fortuna, in un’epoca in cui non si conosceva l’esistenza dei batteri. I metodi comunemente utilizzati prevedevano lunghi aghi, uncini, coltelli… Considerati i metodi utilizzati, non sorprende che nell’antichità l’aborto fosse una delle principali cause di mortalità femminile».

Accanto all’aborto, l’infanticidio, del quale cadono vittime sia i maschi sia le femmine. Queste ultime, però, in numero assai maggiore, come accade ancora oggi in Cina, India e Africa, sia per motivi duramente pratici – le donne in una società agricola sono meno utili –, sia per motivi cultural-religiosi.

 In tutto il mondo pre-cristiano, di fatto, «le femmine erano le vittime privilegiate dell’esposizione», per la quale vanno incontro alla morte di fame o di freddo; oppure, se qualcuno le salva, è per trasformarle in schiave o prostitute.

Si comprende allora perché san Basilio e altri Padri della Chiesa rimproverino ora medici e uomini che praticano o spingono all’aborto, ora le donne che, oltre a uccidere il feto, diventano potenziali “suicide”, e perché san Giustino, nella sua Apologia prima, al capitolo xxvii, scriva:

«A noi (cristiani), per non commettere alcuna ingiustizia o empietà, è stato insegnato che è proprio dei malvagi esporre i neonati: prima di tutto, perché vediamo che sono tutti avviati alla prostituzione, e non solo le fanciulle, ma anche i giovinetti; e, come si dice che gli antichi allevassero greggi di buoi o di capre o di pecore o di cavalli, così ora allevano anche fanciulli solo per farne un uso vergognoso».

[…]

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Redazione

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