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Perché scandalizzarsi se il divieto all aborto è esteso alle gravidanze post stupro e incesto?

Una nuova legge in Alabama vuole consentire l’aborto solo alle donne gravide che rischiano la vita. Molti la giudicano folle, ma se si equipara l’Ivg a un omicidio, si tratta di una misura coerente con la propria visone assolutista

Quello che sta succedendo in Alabama era abbastanza prevedibile. In molti stati l’accesso all’interruzione volontaria della gravidanza è stato ristretto fino a somigliare sempre più a un divieto. Se il senato dell’Alabama approverà questa nuova legge, sarà possibile abortire solo in caso di grave pericolo per la salute della madre (quando è abbastanza grave?). Non in caso di stupro e incesto. I medici rischieranno fino a 99 anni di carcere. Insomma il diritto all’aborto non se la passa bene, ma nemmeno il dibattito al riguardo.

E forse c’è qualche correlazione tra i due malanni.
Ci sono due reazioni ricorrenti e sbagliate. La prima riguarda chi può parlare di aborto. La seconda la cosiddetta eccezione dello stupro.

Quasi ogni volta che si parla di aborto qualcuno (o più spesso molti) criticherà il genere di chi ha scritto una legge o un libro, parlato o manifestato. “Nemmeno un utero” ha commentato Alyssa Milano linkando alla foto dei 22 senatori che hanno votato contro la possibilità di considerare una eccezione al divieto di abortire i casi di stupro e di incesto (lo fa anche il Guardian in modo appena più articolato di un hashtag: 25 maschi appoggiano questo scempio; le sole 4 donne fanno resistenza – che è una descrizione di una circostanza occasionale e niente più e che forse avrebbe più senso se discussa sul piano politico e argomentativo; qui come hanno votato i senatori o di come nemmeno questi conti di genere tornano, visto che Malika Sanders-Fortier, democratica e donna, si è astenuta). Ovvero: sono maschi, come osano legiferare su uteri che non hanno?

Not one uterus. NOT ONE UTERUS. https://t.co/WDnTzrU00Z

— Alyssa Milano (@Alyssa_Milano) 15 maggio 2019

Emotivamente è comprensibile perché in tanti si affezionino alla fallacia secondo la quale essere donne sia una condizione necessaria e sufficiente per scrivere o parlare di aborto. Non solo non è una condizione né necessaria né sufficiente, ma se la prendessimo sul serio dovremmo ammettere che ognuno può parlare o legiferare solo per sé stesso. Non solo perché la capacità riproduttiva è limitata nel tempo e da alcune circostanze, costringendoci quindi almeno a specificare “nemmeno un utero funzionante”, ma perché non si discute usando gli uteri ma gli argomenti. E gli argomenti sono e devono essere in grado di trascendere gli organi che abbiamo o non abbiamo.

Inoltre, se fosse una donna con utero e capacità riproduttiva integra a dirmi che non devo abortire sarebbe forse tollerabile? No, ovviamente. Perché condividere funzioni e caratteristiche anatomiche non implica altro che una tautologia. Prendere sul serio la premessa che solo il genere F possa parlare di aborto ci costringe insomma a conseguenze inammissibili. C’è dunque qualcosa che non va in quella premessa. Perché non possiamo barare e prenderci solo le implicazioni che ci fanno comodo.  E prendere sul serio le premesse riguarda anche l’altro scandalo: non permettere di abortire in caso di stupro o di incesto.

Se la premessa è il diritto alla vita dell’embrione, questo divieto è coerente. L’eccezione del grave rischio per la salute della donna è l’unica possibile eccezione al divieto assoluto. Almeno quando la sua vita è in pericolo perché sarebbe l’unico caso di conflitto alla pari: il diritto alla vita dell’embrione contro il diritto alla vita della donna. E qualcuno potrebbe anche domandare: perché scegliere il secondo? Non serve indignarsi ma provare a rispondere in modo razionale – e non è per niente facile dimostrare che la vita della donna sia più importante di quella del nascituro.

Insomma se vogliamo criticare una legge – moralmente ripugnante e giuridicamente delirante com’è questa versione dell’Alabama e le tante simili – dobbiamo attaccare la premessa: l’attribuzione di diritti fondamentali all’embrione e la convinzione che l’aborto legalmente ammesso sia una specie di male minore (per i più tolleranti, per gli intransigenti è omicidio). Il guaio è che un atteggiamento sempre più concessivo, anche da parte dei difensori del diritto di abortire, e oppresso dalla colpa ha contribuito in questi anni a lasciare intatta questa premessa sbagliata. Soprattutto la concessione del male minore: l’aborto è un male ma se è legale almeno le donne non muoiono.

È la necessità di aggiungere ogni volta “per fortuna a me non è mai successo” (in un dibattito pubblico, non quando parlate con le vostre amiche). Ma corriamo a specificarlo quando parliamo di altri diritti? Immaginate la scena: avvocati divorzisti che ogni volta premettono “ah, però io non ho mai divorziato!”. Oltre al disinteresse per un dettaglio personale nel dibattito pubblico, verrebbe ogni volta da chiedere: e quindi? Il contrario di “l’aborto è un male” non è “ma quanto mi sono divertita”. Dovrebbe essere superfluo specificarlo ma è una riflesso condizionato così frequente che è meglio non lasciare il dubbio. Il contrario è che l’aborto volontario non è sempre e necessariamente un dolore inestinguibile, non è immorale e non può che essere una scelta di ogni singola donna per sé stessa. Ognuna per la propria gravidanza. È un argomento e non ha bisogno di genere.

L’alternativa alla possibilità di scegliere è solamente l’obbligo di portare avanti una gravidanza. E, oltre alla ripugnanza morale, sarebbe una soluzione di fatto difficile da applicare. Come potremmo fare? Con un esercito di controllori delle gestazioni sicure?

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