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Processo alla Sinistra: “State dimenticando i nostri penultimi”

Come tutti gli udinesi, osservo frotte di ragazzi (tutti in salute) ospiti temporanei della ex caserma Cavarzerani che vagano per la città. Vedo le donne con il velo islamico che fanno la spesa o accompagnano i figli a scuola. Leggo e guardo reportage televisivi sui drammatici problemi dell’esodo e della convivenza in molte città europee. E lo faccio ragionando da europeo di sinistra e da professionista di management.
Governare l’immigrazione rispettando gli equilibri sociali –  L’esodo biblico in atto privilegia (e privilegerà) l’Europa col suo welfare generoso, ma che sinora non ha saputo affrontare in modo unitario ed efficace questa sconvolgente situazione.
Purtroppo non sarà facile superare definitivamente i residui negativi lasciati dall’imperialismo europeo, per cui da decenni l’Onu (in questo caso l’Occidente che si sente colpevole) ha anche promosso la figura del ‘rifugiato’. Questo senso di colpa (anche da sinistra) alimenta la versione dell’accoglienza come ‘risarcimento’.
In più c’è il fuoco del terrorismo di matrice islamica che ancora oggi combatte ‘i crociati’ (in realtà per ben altri interessi).
Eppure oggi l’esodo è diventato esplosivo, è generato da varie cause (molte interne a quei Paesi) e muove milioni di esseri umani disperati.
Qualche dato ad esempio: considerando il tasso di fertilità attuale (quasi 6 figli per ogni donna) la Nigeria nel 2050 potrebbe avere 400 milioni di abitanti (la maggior parte musulmani e per metà sotto i 25 anni). E l’Africa intera potrebbe avere 2 miliardi di abitanti in 30 anni, il tutto in mezzo a guerre e carestie drammatiche. E poi c’è il Medio Oriente attraverso cui arrivano anche i disperati dall’area Iraq e Pakistan.
Perciò due i fronti della strategia: ‘aiutarli a casa loro’ con programmi Onu (anche contrastando fenomeni di neocolonialismo, tra cui il rapace land grabbing cinese) e intanto limitare rigorosamente l’accoglienza.
E qui vado subito al sodo: nell’accoglienza certo buonismo astratto non funziona e al primo posto devono restare le regole per garantire gli indispensabili equilibri sociali, dove prima degli ‘ultimi’ ci sono i nostri ‘penultimi’.
Lo confermano molte esperienze europee (le banlieue francesi, le città tedesche, inglesi e scandinave dove esistono ribollenti enclave islamiche…) e varie ricerche anche italiane, tra cui quella curata nel febbraio 2019 da Community Group di Banca Intesa. Questa ricerca nazionale – anche nel nostro Nordest – esplicita la richiesta di coesione sociale e il bisogno di valori identitari delle nostre popolazioni, mentre fortemente in calo risultano le dimensioni dell’accoglienza e della multietnicità. Del resto gli attuali spostamenti elettorali parlano chiaro…
Che fare? Naturalmente rispetto profondo per le istituzioni e il non profit che si danno umanamente da fare nell’accoglienza e nei tentativo di integrazione. Però, occorre definire un percorso stabile.
Accoglienza (misurata) significa anzitutto educare i nuovi arrivati regolari alle nostre leggi e culture (vedi corsi obbligatori in Germania, ma farebbero bene anche a molti italiani) concedendo poi la cittadinanza agli adulti solo dietro valutazione ad personam. Equilibri sociali significa welfare calibrato nelle assegnazioni di abitazioni popolari e nella composizione delle classi scolastiche di base (condivido il 30% massimo di bambini stranieri).
Un’accoglienza dignitosa deve evitare sia i lager dei raccoglitori-schiavi di pomodori (c’entra anche la mafia italiana) sia una disordinata domanda di assistenza di base (andate in pronto soccorso a Udine di domenica).
E significa coinvolgimento degli immigrati disoccupati intanto in lavori socialmente utili (ad esempio, riattare borghi abbandonati nelle Valli del Natisone).
In generale guai confondere l’accoglienza (necessaria) con lo sbiadimento della storia: non lasciamo la difesa della grande civiltà europea ai neonazi o ai ‘sovranisti’. Persino in Scandinavia si stanno accorgendo che il buonismo acefalo diventa una minaccia per la convivenza (soprattutto causa pezzi di immigrazione islamica che non intende integrarsi). Prevenire è meglio che curare.
Restano due questioni. I rimpatri, sui quali Minniti aveva visto giusto (molto meglio dell’invadente attuale ministro con la felpa in perenne campagna elettorale) e l’urgenza di nuove regole oltre Dublino.  
E poi la difficile questione della reciprocità: sarebbe giusto che a ogni moschea autorizzata qui fosse eretta una chiesa o un circolo laico là. Che ne dicono in Vaticano?
I paragoni sbagliati – Considero improprio il paragone ‘quando anche noi eravamo migranti’, sia per ragioni di numero sia di approccio. I nostri emigranti friulani e veneti partivano in miseria ma si integravano rapidamente perché europei e volenterosi (Fogolârs Furlans). Mio nonno materno, artigiano edile di Cussignacco, andò in Eritrea nel 1936 a costruire strade (e con la guerra la famiglia perse tutto).
Poi è sbagliato accomunare le migrazioni per ragioni di miseria con le richieste di asilo politico (art. 10 Costituzione): sono due ragioni diverse!
Quindi la senilizzazione europea e la natalità. Accanto a sostegni concreti alle donne europee (vedi Francia) benvenuti anche gli immigrati, ma quanti e che competenze portano oggi? E poi quali sono i costi sociali latenti oltre la questione pensionistica? Certo l’Italia non innova se esporta laureati e importa pizzaioli…

In difesa della laicità (e delle ragazze ‘islamiche’) – A Udine il 14% dei residenti ha altra nazionalità (in Italia il 10%) e proviene soprattutto dall’est europeo. Molti si sono perfettamente integrati (conosco albanesi che parlano un po’ friulano) e svolgono attività artigianali utilissime.
Però anche da noi fanno notizia soprattutto gli immigrati dall’area islamica, per quanto siano di meno. Perché?
Perché la cultura sociale non è acqua e i valori della laicità europea sono un patrimonio universale.
Mi limito qui al rapporto uomo-donna. Da sessantottino nel 1974 partecipai alla vincente campagna referendaria in difesa del diritto al divorzio contro il tentativo clerico-fascista che voleva respingere l’emancipazione femminile. Negli Anni ’80 ero segretario di una sezione udinese del Pci e penso che se fosse entrata una giovane bardata all’islamica tutti noi avremmo pensato: ma perché questa donna accetta di subire regole sociali e religiose così arcaiche, sessuofobiche e misogine?
Bè, ancora oggi penso la stessa cosa e mi duole vedere parte della sinistra ‘ufficiale’ e buonista sottovalutarlo.
Quell’educazione misogina genera anche i mostri dello stupro, dove la donna (occidentale in primis) è ‘preda’. Certo questa aberrazione esiste anche da noi (amplificata squallidamente dai social) ma resta fortunatamente (appunto) un’aberrazione.
Da dove partire, realisticamente? Fermo restando il codice penale, aiutiamo intanto le ragazze ‘islamiche’ a reclamare i diritti civili che la nostra Costituzione offre e quindi a costruirsi un mestiere per acquisire autonomia.
E basta con idiozie tipo burkini in piscina o rifiuto verso un medico maschio. O così o a casa vostra!

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